Il cinema ci ha abituati a temere l’intelligenza artificiale. In Terminator, Skynet decide da sola il destino dell’umanità mentre in Minority Report i delitti vengono previsti prima ancora che accadano. La serie Person of Interest racconta invece qualcosa di più vicino alla realtà, con una Macchina, quella di Harold Finch, che osserva tutto ma si limita a restituire un numero, lasciando alle persone il compito di capire che cosa significhi. Per comprendere come l’IA venga usata oggi nelle indagini non bisogna immaginare un detective elettronico capace di trovare il colpevole da solo, ma, piuttosto, uno strumento che aiuta chi indaga a guardare meglio.

Cosa fa davvero la tecnologia

Il primo campo in cui la tecnologia interviene è la scena del crimine, che laser scanner e droni permettono di “congelare” in un modello tridimensionale da riesaminare anche a distanza di anni. Il secondo è la prova digitale, un ambito in cui i software riescono a selezionare in poche ore, tra le migliaia di chat, foto e video contenuti nei telefoni e nei computer sequestrati, ciò che un tempo richiedeva settimane di lavoro. Il terzo riguarda il DNA. Quando una traccia contiene il materiale genetico di più persone, programmi di calcolo statistico aiutano a interpretarla, ma il risultato è un rapporto di probabilità che misura la forza di un indizio, non una certezza sull’identità di chi ha lasciato la traccia, e il suo valore dipende in larga parte dalle ipotesi di partenza e dalla qualità del campione analizzato.

Le regole, decide sempre una persona

Più la tecnologia entra nelle indagini, più diventano necessarie regole chiare. In Italia è in vigore dal 30 settembre 2026 il decreto legislativo 160/2026, che adegua le norme nazionali all’AI Act europeo e disciplina l’uso dell’IA da parte delle forze di polizia, compreso il riconoscimento facciale. Il principio di fondo è semplice e stabilisce che la macchina può suggerire, ma a decidere deve essere un essere umano. La difesa, inoltre, deve poter capire in che modo il software sia arrivato a un determinato risultato, così da poterlo contestare in aula. È il problema della cosiddetta “scatola nera”, che nasce dal fatto che molti sistemi forniscono una risposta senza mostrare con chiarezza il ragionamento che l’ha prodotta. In un’indagine questo non è sufficiente, dal momento che un risultato che nessuno è in grado di controllare non può trasformarsi in una prova.

Il caso Garlasco

Il delitto di Garlasco è l’esempio più discusso. Chiara Poggi fu uccisa il 13 agosto 2007 e per il suo omicidio è stato condannato in via definitiva il fidanzato Alberto Stasi, ma la Procura di Pavia ha riaperto il caso indagando Andrea Sempio, amico del fratello della vittima. In questa nuova inchiesta la tecnologia ha avuto un ruolo centrale. Nel 2025 i carabinieri del RIS sono tornati nella villetta di via Pascoli con laser scanner e droni per ricostruire la dinamica del delitto, mentre sulle tracce di DNA trovate sotto le unghie della vittima i consulenti hanno utilizzato software di calcolo statistico, i cui risultati sono però contestati dalla difesa. Le indagini si sono chiuse e ora si attende la decisione su un eventuale processo, mentre la difesa punta al proscioglimento e Sempio, fino a sentenza, resta presunto innocente.

Il rischio, in casi come questo, è scambiare un numero per una sentenza. Una stima statistica deve essere spiegata, discussa e messa a confronto con le perizie della controparte, e sarà poi il giudice a pesarla insieme a tutti gli altri elementi raccolti. Garlasco ricorda inoltre un limite che nessun algoritmo può superare. Se i reperti sono stati raccolti o conservati male, infatti, la tecnologia non è in grado di ricreare ciò che è andato perduto. L’IA può indicare la strada, ma non può percorrerla al posto nostro. Come la Macchina di Finch, suggerisce dove guardare, mentre stabilire chi sia colpevole e chi innocente resta compito di investigatori, periti e giudici.

Fonti e documenti

    Articolo originale di Edoardo D’Antonio, inviato.

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