Il chatbot va bene per capire una notizia, molto meno per scriverla al posto di un giornalista. È il paradosso, soltanto apparente, che emerge dal nuovo rapporto del Reuters Institute dell’Università di Oxford. Cresce, questo il dato più interessante, il numero di persone che si rivolgono all’intelligenza artificiale per orientarsi nell’attualità, nel mondo delle news, ma resta forte la diffidenza verso un’informazione prodotta dalle macchine. La tecnologia conquista comunque spazio nelle abitudini dei lettori senza ottenere, almeno per ora, un lasciapassare nelle redazioni. La terza edizione del “Generative AI and News Report”, pubblicata il 29 ottobre, si basa su un sondaggio online realizzato da YouGov tra il 14 agosto e il 28 settembre 2026 in nove Paesi: Argentina, Australia, Danimarca, Finlandia, Francia, Giappone, Norvegia, Regno Unito e Stati Uniti. L’Italia non è compresa. Nei sei Paesi presenti anche nelle precedenti rilevazioni, la quota di intervistati che dichiara di aver usato l’IA per accedere alle notizie nell’ultima settimana è passata dal 3% del 2024 al 6% del 2025, fino al 9% di quest’anno. Considerando tutti e nove i Paesi, il dato è invece dell’8%. Un’abitudine ancora minoritaria, dunque, ma triplicata in due anni nel gruppo confrontabile.

Ma quali sono gli elementi che emergono? Più che un giornale alternativo, l’intelligenza artificiale sembra funzionare come uno strumento per approfondire. Tra quanti la utilizzano per le notizie, il 49% pone domande successive su una vicenda, mentre il 46% cerca gli ultimi aggiornamenti. Il dialogo, in altre parole, diventa parte dell’esperienza informativa. Non soltanto sapere che cosa è successo, ma chiedere spiegazioni, chiarire un passaggio, ricostruire il contesto.

Questa tendenza, spiega il rapporto, si inserisce in un cambiamento più ampio. Nei sei Paesi monitorati dal 2024, l’impiego settimanale dell’IA per ottenere informazioni in generale, non necessariamente giornalistiche, è salito dall’11% al 38%. L’utilizzo settimanale dei sistemi generativi, per qualsiasi scopo, raggiunge il 51%, contro il 34% del 2025. La diffusione, ed era evidente, è maggiore tra i giovani, le persone con redditi e livelli d’istruzione più elevati e chi svolge professioni qualificate. Tra le motivazioni indicate per ricorrere a questi strumenti prevalgono la comodità di ottenere una risposta più rapida e semplice, citata dal 64%, e la possibilità di interagire in linguaggio naturale, indicata dal 56%. Soltanto il 21% sostiene di ricevere informazioni più attendibili rispetto ad altre fonti. Il vantaggio percepito è prima di tutto pratico: meno passaggi, meno fatica, una risposta immediata. Un campanello d'allerme che deve far riflettere i media tradizionali, i giornalisti "umani" in particolare. Appaltare alle macchine l'informazione genera rischia enormi.

Ma in questo quadro c'è anche un aspetto positivo. Quando la domanda riguarda chi debba produrre le notizie, il pubblico cambia atteggiamento. Nei nove Paesi, appena il 12% si dichiara molto o abbastanza a proprio agio con contenuti giornalistici realizzati interamente dall’IA. La quota sale al 19% quando è prevista una supervisione umana. Sono valutazioni rimaste sostanzialmente stabili dal 2024, nonostante la rapida crescita nell’uso degli strumenti generativi. Non si tratta quindi di un rifiuto indistinto di ogni applicazione, ma di una resistenza particolarmente marcata alla sostituzione del lavoro giornalistico. Il confine passa anche attraverso le mansioni. Traduzioni e correzioni ortografiche o grammaticali incontrano maggiore disponibilità. Più difficile accettare che l’IA produca cronache e servizi; ancora più problematico affidarle commenti e opinioni. Il pubblico distingue, insomma, tra una tecnologia che assiste il giornalista e una tecnologia che ne prende il posto. La parola decisiva, se possiamo fare una sintesi di parte, è fiducia. Gli intervistati tendono a privilegiare notizie meno costose da produrre e più aggiornate. Per gli editori la sfida non consiste dunque soltanto nell’introdurre nuovi strumenti: riguarda la capacità di spiegare come vengono impiegati e quale controllo umano rimane sui contenuti. Il rapporto rileva infatti che il pessimismo sull’uso dell’IA nei media è legato soprattutto alla percezione di scarsa sincerità nel dichiararne l’impiego. I lettori accettano più facilmente un aiuto tecnologico che una delega poco visibile: chiedono risposte più comode, ma non sembrano disposti a rinunciare alle garanzie del giornalismo "umano".

Fonti e documenti

Data del documento o periodo di riferimento: Rapporto Reuters Institute del 29 ottobre 2026 · testo fornito dall’autore.

Editoriale originale di Umberto Mancini, pubblicato con il testo fornito dall’autore. I grassetti sono redazionali.

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